Scegliere i vestiti con/per tua figlia a partire dai tessuti: la sartoria artigianale di Co[ki]èt

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handmade & unique small clothing for babies
MADE IN ITALY BY A PARISIAN!
www.facebook.com/hellocokiet/
http://jresmond.wixsite.com/cokiet

Quando ero ragazza (ero, sì) mi ricordo i racconti di mia madre sui suoi abiti anni 60, epoca mitologica per noi giovani degli anni ’90 che, in mise stracciate con walkman cassetta ripieni di musica grunge, subivàmo comunque il fascino di questi abiti che cominciavano a accorciarsi, si riempivano di fantasie optical e vivevano di tessuti di grande qualità. C’era ancora un dress-code piuttosto formale e per le feste le ragazze indossavano abiti da sera bon-ton (io sono riuscita a andare a una festa di 18 anni vestita praticamente da dark, invece).

Erano, questi di mia madre, racconti densi di sensazioni e percezioni: il vociare della gente di Trastevere, l’angolino di mondo strappato a questa confusione dove era nata lei (proprio di fronte alla Basilica di Santa Maria), i tessuti ognuno con la sua grana e con una sensazione diversa da regalare alle mani, la sarta che le passava i vesti dal balcone, prendendo le misure ad occhio.

“Anna Rita, indossalo e fammi vedere come ti sta”

Questa donna, a dire di mia madre una delle più eleganti che avesse mai conosciuto, aspettava che uscisse sul balcone la bella ragazza diciassettenne che era mia madre (ho preso da papà, sì. Ovviamente il naso a portaerei e non gli occhi turchesi) e, con uno sguardo, capiva cosa c’era da fare. Fra le creature mitologiche della mia infanzia ci sono stati il bolero nero di mia madre, l’abito in velluto della festa di una sua amica, il vestito nero longuette con lo scollo all’americana, l’abito da sera rosso su cui un ragazzo maldestro fece cadere dello champagne. Nella mia mente di ragazzina questi abiti volavano da un balcone all’altro di Trastevere, grazie ai poteri magici della sarta che si vestiva come Grace Kelly, atterrando nelle mani di mamma che ne saggiava la consistenza dei tessuti.

Ora: in un’epoca in cui il 5 gennaio le donne sono fuori dai centri commerciali col coltello

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Uno degli stand con i modelli della nuova collezione

seghettato di Rambo fra i denti, nel tentativo di accaparrarsi una camicetta cucita con la stessa cura di una presina, tutto questo è impensabile.

Ecco perché, quando Facebook mi ha proposto “un evento che ti potrebbe interessare” ho pensato che la sarta magica si fosse infilata nell’algoritmo per redimermi dai miei peccati passati di acquirente della grande distribuzione che seppellirà di stracci il mondo.

“Co[ki]èt Temporary Show Room”, il 3 e 4 febbraio ha trascinato me e la mia piccola Diana in una deliziosa casa vacanze di Via Cola di Rienzo. Un’oasi di bianca tranquillità in mezzo al caos di questa zona, tappa fissa dello shopping romano: come il balcone di mia madre della Trastevere di un tempo.

Anche qui ad accogliermi ho trovato una leggera e elegante donna, Julie. Un caffè, due chiacchiere fra mamme, qualche meringa e un biscotto per Diana.

Julie, studi di design industriale, è parigina ma vive a Fano. La proprietaria della casa vacanze è una sua cliente che le ha proposto di farsi conoscere a Roma con questo piccolo, delizioso evento. Julie mi confessa di non essere stata mai troppo attratta, nonostante i suoi studi, dall’idea di disegnare una forchetta o un’aspirapolvere.

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Alcuni dei tessuti proposti da Julie

“I tessuti.” mi dice “Mi sono sempre piaciuti i tessuti” e cominciamo a sfogliarli insieme questi tessuti ripiegati ordinatamente sotto gli stand dove sono in mostra i modelli.

Diana si diverte a toccarli, e del resto non fa forse parte dei giochi dei piccolissimi sperimentare le sensazioni attraverso il tatto, le consistenze e proprio i tessuti? Co[ki]èt è nata da poco assieme alla Julie mamma, perché i figli sono anche una fonte di grande ispirazione.

Così abbiamo scelto insieme, combinando i tessuti che ci piacevano – e che piacevano anche a Diana – con i modelli esposti e con i colori di mia figlia e i momenti delle sue giornate fra asili nido, laboratori e passeggiate con mamma e papà.

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Abbiamo disposto i tessuti sulla superficie bianca del letto per provare gli abbinamenti

Da “prenderò un abitino” la cosa si è magicamente trasformata in “un abitino, un costume intero, due pantaloni, una gonna, un pantaloncino corto, due camice, una giacca di felpa”. Ora lo so che state pensando “Questa ha tempo di fare un blog, campa di rendita e si aggira lanciando borse di soldi qua e là nei negozi senza manco prendere qualcosa in cambio”. E invece, no: handmade non significa sempre costi inaffrontabili. La linea di Co[ki]èt ha prezzi davvero abbordabili.

Julie ha lasciato il bianco temporary shop di Cola di Rienzo, dove andando via ho salutato lei, un pancione e un bimbo di due anni (sì, è anche per maschietti). Abbiamo convenuto insieme che per Diana la taglia due anni è perfetta dopo che, come la sarta magica, la nostra designer ha guardato mia figlia che saltellava in giro per il posto. Da Fano arriverà un pacco che non vedo l’ora di aprire.

Sarà divertente vedere quei quadrati di stoffa – “Ne prendo poca per volta. Ci faccio pochi vestiti e poi è finita”, quasi dei pezzi unici – trasformarsi negli abiti di Diana. (e confidiamo anche, prima o poi, che dalle mani di Julie esca anche qualche magico pezzo per noi mamme)

“I tessuti”, certo. Anche a me sono sempre piaciuti. Come non capirti Julie, con i miei abiti fantasma che fluttuano fra i balconi di Trastevere. Quando passeggio, ancora oggi, fra il clamore degli artisti di strada, i gelati che colano sui sampietrini, i camerieri dei ristoranti che attendono i clienti sulla strada, il vociare dei turisti, con le spalle a Santa Maria, io li vedo ancora volare.

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